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IL PREGIUDIZIO SUI SOCIAL MEDIA: ALGORITMI E BIAS COGNITIVI

Sean Parker cofondatore di Napster, Plaxo e Causes e parte del team di sviluppo e investitori di Facebook sostiene che “il social blu” sfrutta le vulnerabilità psicologiche delle persone. Il meccanismo messo in piedi da Mark Zuckerberg costruito intorno ai “like”, alle condivisioni e ai commenti si basa sulla “validazione sociale” delle vulnerabilità psicologiche umana”.

La nostra interazione con i social media porta gli algoritmi a manipolare la realtà delle informazioni. Le notizie presenti sulla homepage di facebook sono diverse per ogni utente perché costruite in base ai nostri interessi personali. Ogni volta che facciamo un commento, condividiamo un post o mettiamo un “mi piace” ad una pagina, i nostri dati vengono registrati e immagazzinati per mostrarci futuri articoli e informazioni che riguardano la categoria e il tema di interesse da noi scelto. In questo modo i social ci proporranno altri contenuti simili, convoglieranno la vostra attenzione esclusivamente su alcuni prodotti e promuoveranno pubblicità di marketing allettanti. L’obbiettivo è catturare l’attenzione, capitalizzando il sovraffollamento delle informazioni in un’unica direzione. In pratica gli utenti interagendo con i post, danno maggior valore e credibilità a quelli che confermano le proprie convinzioni e, viceversa, ignorano quelli che li contraddicono.

Secondo alcuni dati, il 95%degli italiani che utilizza internet per almeno 3 ore lo fa per formarsi un opinione informata della realtà e il 64% prende le nozioni dai feed direttamente dai social media. Questo avviene perché i social stanno andando a sostituire quella che è l’informazione reale. Definiamo reputazione la percezione condivisa da più persone su una persona o un brand costruito sull’insieme dei discorsi rivolti al prodotto. È una decisione presa sulla base di ciò che gli altri dicono. Non importa se sia giusto o sbagliato, importa cosa pensa la maggior parte delle persone. Se ciò viene fatto per influenzare l’opinione pubblica essa si chiama propaganda. La propaganda è quindi l’azione intesa a conquistare il favore o l’adesione di un pubblico sempre più vasto mediante ogni mezzo idoneo a influire sulla psicologia collettiva e sul comportamento delle masse.

I social media vivono sui nostri bias cognitivi e sulla nostra necessità di sentirci parte di una comunità. Il bias di conferma (in inglese confirmation bias / confirmatory bias) indica un fenomeno cognitivo umano per il quale le persone tendono a muoversi entro un ambito delimitato dalle loro convinzioni acquisite. Secondo la psicologia, il bias cognitivo è un giudizio (o pregiudizio) non necessariamente corrispondente all’evidenza ed è sviluppato sulla base dell’interpretazione delle informazioni in possesso che porta ad un errore di valutazione o a mancanza di oggettività. Il bias, quindi, può influenzare un’ideologia, un’opinione e un comportamento. Dato il funzionamento della cognizione umana, esso non è eliminabile ma si può tenerne conto a posteriori di come funziona per correggere la percezione e diminuirne gli effetti distorsivi.

Ma cosa succede quando le nostre idee si sono rafforzate a causa di informazioni false lette su internet? Quando ci imbattiamo nelle cosiddette bufale o fake news? Il modello di propaganda è un’applicazione alla sociologia che vuole spiegare le distorsioni (dette media bias) delle notizie nei mezzi d’informazione. Perché essa funzioni deve avere una strategia strutturata dove prendere consensi e nell’era di internet diventa il luogo di diffusione maggiore creando la propaganda digitale.

I cognitive biases sono quindi sfruttati sui social per convincerci di qualcosa e possiamo suddividere il loro effetto in 3 punti:

  1. Confirmation Bias –  siamo più portati a credere a ciò che si avvicina al nostro pensiero e ci è familiare piuttosto che ad un’idea diversa dalla nostra. Se siamo più disposti ad accettarlo è più facile creare contenuti simili a quelli che già conosciamo e condividiamo, indipendentemente che siano veri o no.
  2. Band wagon effect – effetto carrozzone. Più persone dicono la stessa cosa più ci convinciamo che sia giusta, la facciamo nostra e la condividiamo. Un semplice post o tweet può diventare virale instillando in voi un’opinione.
  3. Backfire affect – effetto fiammata. Reazione in maniera violenta contro chi non condivide le nostre opinioni, portando al rafforzamento delle idee.

 

È così che si crea il filter bubbble: catturare la nostra attenzione attraverso la personalizzazione dei contenuti e creare un feedback con gli utenti è la strategia di comunicazione per un prodotto, una pubblicità o un mezzo di propaganda. L’errore però, è pensare che quel tipo di contenuti siano la realtà, rappresentino il pensiero condiviso quando invece, sono una piccola fetta di idee che girano attorno alla mia cerchia amicale o di conoscenze.

La verità è che ci chiudiamo nella nostra bolle perché abbiamo paura. Paura di essere messi in discussione che le nostre certezze vengano a mancare, che ci portino via ciò che abbiamo. Se la paura entra nella bolla diventa Dogma e scatena la violenza contro chi ha opinioni diverse dalle nostre. Tutto questo evidenzia una polarizzazione di informazioni e se i contenuti condivisi mostrano aggressività, violenza o intolleranza la condivisione virale andrà a confermare le opinioni esistenti.  L’intollerante diventa sempre più intollerante, l’aggressivo sempre più aggressivo perché il suo sistema di valori viene confermato e sostenuto dai social, trovandosi intorno solo notizie che gli danno ragione e valorizzano la sue idee.

Dobbiamo smettere di pensare e convincerci che esista un’unica verità e che essa sia assoluta. Per farlo è necessario creare un ragionamento funzionale:

  1. Avere il dubbio: la nostra opinione non è assoluta. Dubitare di ciò che accade o di ciò che leggiamo è il primo passo per ricercare la verità.
  2. Confrontare la nostra ipotesi con altre alternative. È necessario approfondire altre fonti e mettere in discussione le nostre idee per capire se sono obiettive o se fondate da un pregiudizio.
  3. Approfondire le fonti: quando troviamo un’informazione dobbiamo cercare di approfondirla affidarci a testi scientifici, dati, analisi, inchieste o giornali che diano conferma o disconferma di ciò che pensiamo. Studiosi, scienziati o altri professionisti hanno le competenze e gli studi adatti per dare risposte.
  4. Andare contro la violenza. Le comunità che hanno un dialogo aggressivo vanno fermate. Mai accettare la violenza per affermare un’opinione, ma offrire prove contrastanti per screditarla.

Ricordiamoci che noi siamo dei comunicatori. È necessario costruite megafoni, che riprendano le notizie vere con fonti certe. In un era dove domina la disinformazione diffondere la verità diventa un obbligo.

Rimanere muti in questo periodo storico è pericoloso.

 

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L’articolo è tratto dal sito di Alice Arduino “Immagini & Comunicazione”.

Web: www.alicearduinocomunicazione.com

Facebook: https://www.facebook.com/alicearduinofotografa/

 

APPROFONDIMENTI:

Matteo Flora (fondatore di The Fool, la società Leader italiana per la Reputazione Online e per la Tutela di Reputazione ed Asset Digitali)

https://www.facebook.com/MatteoFloraOfficial/videos/77…

https://www.youtube.com/watch?v=YPGGQMVSJcc&t=0s&list=….

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