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ROBERTO BAGGIO: IL CAMPIONE ITALIANO CON LA MAGLIA N° 10

 

Roberto Baggio con la maglia n° 10 dell’Italia

“L’atteggiamento di fondo della mia vita è stata la passione. Per realizzare i miei sogni ho agito sempre spinto solo dalla passione. La passione muove ogni cosa, è una forza davvero straordinaria”

Se sei umile non hai mai problemi ad affrontare le sfide. Gli arroganti hanno paura del futuro. Gli umili lo cercano”.

Roberto Baggio

 

La storia di Roberto Baggio non è la storia di un uomo comune, ma di colui che, opponendosi contro tutto e tutti ha inseguito la sua più grande passione: giocare a pallone. È la storia di un calciatore dato ormai per spacciato dopo un intervento al ginocchio a inizio carriera che non si è arreso e ha continuato a inseguire i propri sogni. È la storia di un uomo spesso criticato dagli allenatori, amato e odiato dal pubblico per le sue scelte, traditore della fede cristiana quando si avvicina alla religione buddista di Nichiren Daishonin negli anni  ‘80 periodo in cui le filosofie occidentali in Italia erano ancora viste con sospetto. Roby, chiamato dapprima “Raffaello” per le sue pennellate in campo e poi “Divin Codino” è stato un rivoluzionario nel mondo del calcio. Ha segnato la storia, come campione e come uomo.

Nasce il 18 febbraio 1967 a Caldogno, in provincia di Vicenza. All’età di 15 anni passa al Vicenza, in serie C. Nella stagione 1984/85, segna 12 reti in 29 partite e aiuta la squadra a passare in B. Un ragazzino non ancora maggiorenne che corre per tutto il campo con la palla incollata ai piedi, scarta giocatori con una stazza il doppio della sua, dribla e sotto rete, segna. “Avevo solo un pensiero: prendere la palla e andare dritto in porta”, racconta in una intervista.  Il suo talento non sfugge alla Fiorentina che è disposta a pagare quasi 3 miliardi pur di averlo. Ma il contratto ancora non è firmato.

Vicenza – Rimini. Partita di fine campionato. Arriva l’episodio che condizionerà tutta la sua carriera: punta un avversario, va in scivolata per rubare la palla ma mette male la gamba destra rompendosi il crociato anteriore, la capsula, il menisco e il collaterale. Prognosi: “sfibramento del legamento crociato anteriore”. Un infortunio gravissimo.  Con il ginocchio in queste condizioni non è possibile giocare. Molti prima di lui hanno dovuto abbandonare il campo per lo stesso incidente che decreta la fine della carriera di un calciatore. Ma Roby non ci sta, vola in Francia e si opera. La testa della tibia destra viene forata con un trapano, si taglia e tira il tendine con duecentoventi punti interni.  Un intervento dolorosissimo. Roby è allergico agli antidolorifici, non dorme, non mangia, perde 12 chili in due settimane. Lentamente si riprende, entra in riabilitazione ed effettua allenamenti in solitaria per imparare di nuovo a correre, a calciare, a scaricare il peso del corpo prima su una gamba e poi sull’altra.

Roberto Baggio esulta dopo un goal con la maglia della Juventus

Nonostante l’infortunio, i  viola credono nella giovane promessa e lo acquistano. Non fa in tempo a tornare in campo che il menisco salta di nuovo portando Roby in una spirale di sofferenza, solitudine e dolore. Crede di essere “baciato dalla sfortuna”. Non esce, entra in depressione. Uno dei pochi amici che frequenta è Maurizio Boldrini, membro della Soka Gakkai, la scuola italiana del buddhismo giapponese. Ha 18 anni, una vita davanti rovinata. Si aggrappa con tutte le sue forze alla filosofia guidata da Daisaku Ikeda che sostiene che “tutto ciò che ti capita serve per la propria crescita personale” che la tua vita può cambiare grazie alla determinazione e al credere in sé stessi,  che “dopo ogni inverno arriva sempre la primavera”. Grazie al Buddismo, Baggio inizia la sua rivoluzione interiore: “Senza il buddhismo non avrei mai superato i miei problemi fisici”. La sua scelta non verrà mai compresa dai media, la sua adesione vista come il capriccio di un vip e aumenterà le barriere di incomprensione tra Roby e il resto del mondo. “

Giocherà a Firenze per 5 anni e diventando il simbolo di una città. Il duo Roby Baggio – Stefano Borgonovo chiamato B2 diventa la coppia d’attacco più amata e forte della Fiorentina. Tra il 1985 e il 1990 tra campionato, coppie nazionali e internazionali registrerà 136 presenze e 55 goal. È nata una stella e viaggia alla velocità della luce!

Italia 90. Mondiali. Il calcio italiano è il più bello e competitivo al mondo. Gianna Nannini canta “Notti Magiche” e Roby sarà colui che inseguirà i goal sotto il sole di un’estate italiana. Baggio ha 23 anni e fa il suo esordio il 19 giugno 1990, quando l’Italia all’Olimpico di Roma incontra la Cecoslovacchia. Salta Hašek, dribla Kadlec e con un destro secco segna al portiere Stejksal. Sarà questo l’episodio che consacrerà Roberto Baggio da campione a star mondiale. Il suo taglio di capelli con il codino diventano un simbolo, una moda da imitare e seguire. L’indomani Repubblica titola: “È nato il genio che ci farà felici”. È l’era di Roberto Baggio, Gianluca Vialli e Totò Schillacci le tre punte che fanno sognare e portano l’Italia in semifinale. Sospiri, lacrime emozioni. L’Italia lotta ma perde contro l’Argentina. Mondiale finito. Si torna a casa. Ma quell’estate rimane scolpita nei nostri cuori.

JUVENTUS, 1990 – 1995

I suoi goal e giocate in campo hanno ormai consacrato Roberto Baggio e le grandi squadre lo vogliono. È considerato la risposta italiana a Maradona, l’unico giocatore al mondo capace di competere, sotto il profilo strettamente tecnico, con la creatività e potenzialità del Pibe de Oro.

Nel 1990 viene ceduto alla Juventus per  25 miliardi, una villa in collina e una Ferrari testarossa lo aspettano a Torino. A Firenze si registrano scontri: i tifosi fiorentini si riversano nelle strade, cariche della polizia e i manifestanti vengono dispersi coi lacrimogeni. Roby ha la maglia viola cucita sulla pelle e non deve lasciare la città. Ma gli accordi sono stati presi e come accade ai futuri campioni arriva il momento di lasciare il nido per decollare verso il successo. Roberto è giovane e il suo distacco da Firenze sarà traumatico. È spaesato, triste, solitario. Alla Juve non vuole andare è affezionato e fedele alla maglia viola. I soldi non gli interessano lui gioca a calcio perché si diverte. Il suo astio nel lasciare la città lo mostra in conferenza stampa quando rifiuta la sciarpa bianconera. Nella prima gara tra Juventus e Fiorentina si procura un rigore ma non lo calcia elascia spazio al compagno di squadra. La Juve vince e a fine partita Roby cammina sotto la curva viola per salutare i tifosi. Gli lanciano una sciarpa, la raccoglie e mentre la tiene stretta in mano, con gli occhi bassi si dirige verso gli spogliatoi. Il suo cuore è ancora a Firenze. Il pubblico lo applaude.

Foto Juventus/LaPresse anni ’90 – Roberto Baggio segna di rovesciata

Baggio cresce. Il lato umano deve lasciare spazio al Campione. Se vuole fare carriera la Juventus è il posto giusto. Si rimette in sesto, abbraccia i colori bianconeri e inizia a portare con orgoglio la nuova divisa. La sua fama lo consacra a fuoriclasse e la Juventus punta su di lui. È l’era di Maradona al Napoli, di Frank Rijkaard, Marco Van Basten e Ruud Gullit, guidati da Fabio Capello al Milan. È l’era del numero 10 sulla schiena e la fascia da capitano, un onore dato solo a Michel Platini e Omar Sivori prima di lui che lo legittimano come promessa del calcio italiano e punta d’attacco della Juve.

Il primo anno con l’allenatore Manfredi è fiacco. Arriva la stagione di Giovanni Trapattoni e qui segna 18 gol. Baggio ha 25 anni ma ancora non ha vinto niente. Nel calcio ci vogliono i trofei per confermare di essere campioni. Roby vuole di più e lo ottiene entrando nel periodo migliore della sua carriera, portando la Juventus in Coppa Uefa. Gli avversari possono fare poco o niente per arginarlo e si limitano a contenere i danni collaterali come si fa con i grandi fenomeni naturali. Diventano famosi i suoi goal su punizione tirati negli angoli, imprendibili per i portieri (a cui lo stesso Alessandro Del Piero si ispirerà negli anni a seguire, diventando un professionista nei calci piazzati).  Sarà proprio nel 1993 che vincerà il Pallone d’Oro alzando il trofeo dopo Udinese-Juventus, firmando una doppietta tra cui un goal di tacco. Il telecronista commenterà: “Silenzio, parla Baggio”.

Con la maglia bianconera vince uno scudetto, una coppa Uefa, il pallone d’Oro e una coppa Italia. Nel 1994 il premio FIFA World Player. La Juve gli regala tanto, ma il suo rapporto con l’allenatore Trapattoni prima e Marcello Lippi dopo è turbolento. La filosofia buddista aiuta Roberto nella vita privata e nel calcio. È schietto, dice quel pensa, non ha peli sulla lingua. Questo sarà un’ulteriore contrasto con i suoi coach. Baggio non è un leader ma un individualista. È umile, non esibizionista. È il suo carattere. È ciò che lo ha reso un campione nonostante le difficoltà. Ma agli allenatori non piace. Il calcio è un gioco di squadra e il capitano deve essere il punto di riferimento e incoraggiamento.

Si arriva al Mondiale americano del 1994 di Arrigo Sacchi. I problemi fisici al ginocchio non lo abbandonano mai ma Baggio tiene duro, gioca 7 partite segnando 5 reti, tutte importantissime. L’Italia arriva in finale supera Nigeria, Spagna, Bulgaria e incontra il Brasile. La partita finisce in pareggio e ancora una volta il risultato viene affidato alla lotteria dei rigori. In Roberto tutti vedono la speranza, l’uomo che ogni volta ribalta il risultato e riapre le partite considerate perse. Baggio è un’icona, un simbolo, è l’uomo su cui si può contare, quello che non delude. Sulle spalle del giocatore piovono molte responsabilità. E Baggio la sente questa pressione. Calci di rigore. Tocca a Roby. Palla sul dischetto, corre, tiro ma la sfera finisce sopra la traversa. La coppa è del Brasile.

I media lo attaccano, scoppia il caso Baggio. C’è chi lo critica a causa degli infortuni, chi lo difende. L’uomo delle speranze ha tradito l’Italia sbagliando il goal più importante. Ma si è umani e Roberto non è da meno. Ai giornalisti in una intervista dirà: “I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli”. Ancora una volta, il maestro ha parlato e mette tutti a tacere.

Dopo il mondiale arriva il declino dato anche dal rapporto burrascoso con Marcello Lippi. La maglia da titolare non è più certa e alla Juve arriva un ragazzino che ha tutte le caratteristiche per diventare il nuovo campione e sbaragliare gli avversari con i calci di punizione: Alessandro Del Piero. Se Baggio è sempre stato il trascinatore solitario, poco incline allo spirito di gruppo, Del Piero costruirà invece la sua grande carriera nel ruolo di genio cooperativo, umile, capace di mettersi in secondo piano rispetto alla squadra.  La Juventus vince lo scudetto, Baggio ha un nuovo trofeo ma la sua carriera in bianconero si conclude e viene ceduto per 18 miliardi al Milan.

Roberto Baggio in azione con la Nazionale azzurra

MILAN, 1995 -1997

Anche il rapporto con Fabio Capello non funziona. Baggio vince il secondo scudetto, ma il suo ruolo nella squadra è marginale. Non risalta, non ha un  posto da titolare, non eccelle. Quando gioca segna, fa la differenza ma porta su di sé la sofferenza del campione incompreso, sull’orlo del tramonto. Nel 1996 non viene convocato agli Europei da Arrigo Sacchi. Un altro colpo da sopportare, una rivincita con la maglia azzurra nella quale credeva.

La sua avventura al Milan dura 2 anni. Si vocifera che andrà al Parma, ma Carlo Ancelotti non lo ritiene importante. Solo anni dopo dichiarerà in una intervista la sua follia data dall’inesperienza nel non averlo voluto in squadra. Il Codino lascia i rossoneri e con l’umiltà di un grande campione dichiara: “Non mi volevano più. Quando c’è gente più brava di te devi rassegnarti!”.  Nuova destinazione: Bologna

BOLOGNA – 1997-1998

Bologna è sicuramente l’anno più strano della sua carriera a cominciare dalla rasatura dei capelli che si impone quasi come una penitenza, un rito di raccoglimento e al suo controverso rapporto con l’allenatore Renzo Ulivieri. Segna 22 reti in 30 partite, sfiorando il titolo di capocannoniere, portando il Bologna alla salvezza in serie A. Le sue prodezze sono più pacate meno spettacolari del solito, più asciutte ed essenziali. Non è il solito fantasista, il suo obbiettivo sono i Mondiali di Francia ‘98. Giocare nella Nazionale è il suo desiderio più grande, la necessità di dimostrare al mondo la sua bravura e riscattarsi dal rigore mancato. La maglia azzurra è l’unica a cui Roberto rimane fedele. Riesce ad essere convocato da Cesare Maldini ma il suo posto è in panchina. Il titolare è il giovane Alex Del Piero che non risulta in piena forma e non è incisivo. Baggio da riserva passa a titolare. È sempre lui che porta avanti l’Italia in finale a suon di goal. È il terzo mondiale in cui fa la differenza. Ma in campo si gioca in 11 e le sue prodezze non bastano. L’Italia perde contro la Francia ai rigori.

INTER  1998 -2000

Il Mondiale gli vale un biglietto per l’ultimo giro della carriera in una grande squadra. Richiesto a gran voce dal presidente Massimo Moratti arriva all’Inter ma qui ritroverà Marcello Lippi e i soliti problemi con l’allenatore che lo rilegherà spesso in panchina. Ma Roby è un campione e continua a dimostrare il suo talento ogni volta che scende in campo segnando le reti decisive. Ha la voglia di affermarsi e di ricordare a tutti che lui è il grande Roberto Baggio, il fuoriclasse incompreso dagli allenatori, ma amato dai tifosi. Da alcune indiscrezioni il rapporto con Lippi pare essere molto conflittuale: Roberto accusa il coach di atti di bullismo calcistico. Anni dopo rivolgerà a Marcello anche l’accusa più grave di avergli chiesto di fare la spia sui suoi compagni di squadra e Lippi risponderà sfoderando l’artiglieria pesante: “Lo escludo. Non avrei mai chiesto una cosa del genere a una persona di cui non ho stima e che non reputo importante dal punto di vista umano”.

Il rapporto tra Baggio e gli allenatori è sempre stato controverso. C’è chi lo considera un pessimo compagno di squadra (Tacconi lo descrisse come uno che “rovinava gli spogliatoi”) altri, al contrario, affermano di non aver mai avuto problemi con l’ex capitano della Juventus. Sta di fatto che i quattro grandi allenatori di quella generazione (Sacchi, Capello, Lippi e Ancelotti) ebbero tutti problemi personali o tattici con Baggio e scelsero di disfarsene appena ne ebbero la possibilità. Baggio ha sempre sentito la responsabilità di offrire uno spettacolo a coloro che pagavano il biglietto allo stadio. Lui giocava per sé stesso, per i tifosi non per la maglia (ai tempi del Pallone d’Oro, su alcuni giornali comparvero dei riferimenti a un misterioso ‘studio’ che avrebbe stabilito che Baggio, da solo, valeva il 25% degli abbonamenti della Juve). Il suo rapporto coi tifosi è sempre stato talmente diretto da sembrare quasi malsano. A Firenze gli amici con cui usciva nel tempo libero erano i ragazzi della curva Fiesole e il suo primo ricordo di USA ’94 era il pensiero e la gioia che dava con i suoi goal agli italiani. Questo dimostra come ha sempre vissuto con scetticismo se non con fastidio il ruolo di quelle che per lui sono figure di contorno, come gli allenatori. In una intervista dichiarerà: “Ho sempre pensato che nel calcio chi conta sono i giocatori. Sì, certo, un allenatore può tirare fuori le qualità di un giocatore ma, alla fine conta chi para, fa un lancio, tira in porta. Il calcio sono i calciatori.  La verità è che ho sempre avuto un rapporto meraviglioso con i tifosi. Questo dava fastidio”.

Roberto Baggio con la maglia N° 10 della Nazionale italiana

BRESCIA, 2000 – 2004

Nel 2000 firma con il Brescia e nonostante abbia ormai i 30 anni superati, arriva ad essere riconosciuto come “maestro del calcio”. A Brescia è sereno e con la squadra segnerà 46 gol, una media di uno ogni due partite giocate, arrivando a festeggiare il suo 200esimo goal. Il codino è ricresciuto, sta bene, è tornato a giocare come ai vecchi tempi con la Fiorentina e arriva addirittura ad essere nuovamente nominato per il Pallone d’Oro, classificandosi 25esimo. Il suo rapporto con l’allenatore funziona, gioca da titolare ed è libero di tornare a fare il fantasista e a divertirsi sul campo. Più volte dichiarerà che nel Brescia ha segnato i suoi gol più belli: Il pallonetto contro il derby all’Atalanta nel 2003 grazie al passaggio di Pirlo che serve Baggio, stoppa al volo, dribla il portiere Van Der Sar e buca la rete della Juventus . Si è preso la sua rivincita con i bianconeri ribadendo a tutti che lui è Roberto Baggio. E come non dimenticare la rete contro la Lazio, quando riceve la verticalizzazione di Appiah e girato verso la bandierina del corner, senza degnare la porta di uno sguardo, tocca sotto la palla scavalcando Stam e Peruzzi. Ogni volta che tocca il pallone Roby lascia senza fiato, ogni suo tiro un capolavoro che il più delle volte, finisce in rete.

Ma i dolori fisici al ginocchio lo tormentano ancora. Nella primavera del 2002 Baggio si rompe il crociato per la sesta volta e torna in campo dopo sole dieci settimane (un record per quel tipo di infortunio) segnando 2 gol, di cui uno in rovesciata e salva il Brescia dalla retrocessione in B. Il dolore al ginocchio che tutti credevano penalizzarlo è sempre stato il motore trainante. Il suo amore per il pallone, la fede buddista erano i segreti per superare le difficoltà:L’atteggiamento di fondo della mia vita è stata la passione. Per realizzare i miei sogni ho agito sempre spinto solo dalla passione. La passione muove ogni cosa, è una forza davvero straordinaria”.

2004: arriva l’addio di Roberto Baggio al Calcio. La sua ultima partita è Brescia- Milan a San Siro. Le ginocchia di Baggio sono a pezzi. Chiama un Cameramen gli chiede di riprendere le sue gambe e mostra il liquido che esce dal ginocchio. Finalmente è libero di dire ciò che vuole, di dimostrare a tutti che dietro ai suoi goal e alla fierezza del fuoriclasse c’è sempre stata la sofferenza di un ginocchio rotto. Su quel prato verde correva dietro ad un pallone, sopportando in silenzio il dolore fisico. Ma delle sue gambe rotte non è mai importato a nessuno. Chi entra in campo deve segnare. O si vince o si perde. E Roby lo sa.

Sono 80mila a SanSiro che a fine partita si alzano in piedi battendo le mani. Più che una standing ovation è un inchino, un saluto. Lo stadio suona i tamburi, i tifosi invocano il suo nome. Lui solleva le mani, applaude e sorride. Nessuna lacrima. Ringrazia e regala l’ultima gioia ai suoi tifosi gli unici che lo hanno sempre sostenuto: uno striscione con su scritto “Oggi vi applaudo io. Grazie di tutto. Roberto Baggio”. Lascia il campo con onore come un vero leone che ha lottato fino alla fine. Rimane il giocatore più discusso del campionato di calcio italiano. L’addio è una liberazione, un togliersi i sassolini dalle scarpe che per anni si è tenuto dentro. Ai media dichiara: “Ho dato tutto, non ho rimpianti. Di più non potevo fare”.  E rincara sottolineando: “finita la partita, per due giorni faticavo a camminare”.

Roberto Baggio esulta dopo un goal con la maglia del Brescia

Molti aspetti della vita e della personalità  di Baggio sembrano ricalcare l’influenza del padre una figura autoritaria, dedito al lavoro, con poco tempo per lo svago. Nel suo rapporto con i giornalisti, gli allenatori e le società con cui lavora avrà la fissazione per il “rispetto” e per l’”umiltà”, l’orrore per la menzogna che lo porta a ripetere quasi in ogni intervista di essere una persona “schietta” e “diretta”, la severità nei confronti di se stesso, l’etica del sacrificio, l’amore per la solitudine e la natura, perfino il fatto di essersi sposato giovanissimo con una ragazza conosciuta in adolescenza: Andreina. Lasciato il calcio compra una fazenda in Argentina dove trascorre buona parte dell’anno dedicandosi alla sua grande passione d’infanzia: la caccia. Ma anche ora i media lo tormentano. Piovono critiche sul suo essere buddista e cacciatore, due cose che non vanno d’accordo. Escono slogan come “Baggio cacciatore Buddhista il più infame della lista”. Roby lascia che i media parlino di lui nel bene e nel male. La verità la racconta nelle interviste, in poche parole, chiare e concise. Chi ha orecchie per intendere, intenda!

Il Pallone chiama. Baggio risponde. Nel 2010 accetta la proposta di diventare Presidente dell’area tecnica della FIGC. Poco dopo un anno, presenta un ambiziosissimo progetto di 900 pagine per la riforma dell’area tecnica e della formazione nel calcio italiano, intitolato Rinnovare il futuro. Ma il fascicolo non viene letto e neanche preso in considerazione. Roby non scalda le poltrone e non ci tiene a farlo se non è ascoltato. Nel 2013 si dimetterà dall’incarico.

Roby è l’uomo delle contraddizioni, individualismo e spirito di squadra, forza e malinconia, buddhismo e caccia. È stato proclamato icona del calcio, ma a lui interessava solo giocare. Finisce la sua carriera con 643 presenze e 291 goal di cui 205 nel campionato Italiano classificandosi 7 nella classifica dei migliori marcatori di Serie A e quarto tra i migliori realizzatori in maglia azzurra, con 27 reti in 56 partite. Un record! Considerato da subito un “fuoriclasse” non ha un ruolo preciso in squadra: è un fantasista, rapido nello smarcarsi e nell’esecuzione dei tiri. Possiede un tiro preciso e un innato fiuto per i goal, doti che gli permisero di contribuire molto anche in fase realizzativa grazie alla sua capacità di calciare con entrambi i piedi. Spesso gli è stato contestato di non essere un leader, figura chiave per trascinare una squadra. Ma Baggio è un solitario, lui vuole solo giocare e fare la differenza sul campo. Non ha mai puntato alle grandi squadre per soldi. Ha sempre preferito squadre più piccole come Fiorentina e Brescia in cui poteva distinguersi dietro ai goal, gli assist, alle giocate. Quando poteva fuggiva nella sua città natia, Caldogno, cercando nell’amore familiare della moglie e dei figli per rigenerarsi. Dietro ogni partita c’è sofferenza. Quel ginocchio che per tutta la vita lo ha perseguitato vacilla. Giocare in inverno, col freddo, i campi duri e il fango è atroce. È in primavera infatti che rinasce, tornando in pista e superando tutti.

Roby è l’uomo del calcio più amato e odiato. La sua fede buddista lo porta al centro della polemica sui giornali e un prete arriva a dichiarare “Baggio buddista è un codardo” mentre Cesare Cremonini cantante bolognese, gli dedica una canzone “Marmellata #25” che rintona “Senza Baggio non è più domenica”. La sua dedizione verso i più deboli è però nota, come quando accompagna in carrozzina l’ex compagno fiorentino Borgonovo colpito dalla Sla per il suo addio al calcio o quando nell’ultima partita in maglia azzurra mette in vendita le sue scarpette da calcio su ebay. Il ricavato andrà alla FAO di cui Baggio è ambasciatore. Roberto è sempre stato un campione, dentro e fuori dal campo.

Il suo nome risuona in Italia e all’estero. Lui è il volto italiano che riecheggia negli stereotipi: pizza, mafia, spaghetti, mandolino e Robybaggio. È stato protagonista di diversi spot pubblicitari, la sua immagine fattura 5 miliardi di lire all’anno. Gli sono state dedicate poesie, canzoni e opere teatrali, ed è possibile trovare riferimenti alla sua figura anche in fumetti, cartoni animati, videogiochi e imitazioni satiriche.

Il codino ha cambiato molte squadre, ogni volta che scendeva in campo la sua presenza oscura gli altri giocatori, ma ovunque è andato è sempre stato una bandiera. Non ha mai preteso niente, anzi, ha sempre dovuto dimostrare di essere un fuoriclasse anche quando non era necessario sottolinearlo. E l’ho ha fatto sul campo, a suon di goal. Perché solo i fatti parlano. La sua è una storia di passione, lotta, sofferenza, rivincita. Di quelle estati ai mondiali in cui ha regalato emozioni, batticuori, lacrime. Di una generazione che è cresciuta con il suo nome e lo ricorda ancora oggi. Come recita lo striscione a San Siro,  “Dio esiste e ha il codino”.

Nel 2013 Roberto Baggio fu ospite all’Ariston di Sanremo e ne approfittò per lanciare un messaggio ai giovani, rifacendosi alla filosofia buddista del suo maestro Ikeda:

“Per 20 anni ho fatto il calciatore. Questo certamente non mi rende un maestro di vita, ma ora mi piacerebbe occuparmi dei giovani così preziosi e insostituibili. So che i giovani non amano i consigli. Anche io ero così. Io però senza arroganza, stasera qualche consiglio lo vorrei dare. Vorrei invitare i giovani a riflettere su queste parole.

La prima è passione. Non c’è vita senza passione e questa la potete cercare solo dentro di voi. Non date retta a chi vi vuole influenzare. La passione si può anche trasmettere. Guardatevi dentro e lì la troverete.

La seconda è gioia. Quello che rende una vita riuscita è gioire di quello che si fa. Ricordo la gioia nel volto stanco di mio padre e nel sorriso di mia madre nel metterci tutti e dieci la sera intorno alla tavola apparecchiata. E proprio dalla gioia nasce quella sensazione di completezza di chi sta vivendo pienamente la propria vita.

La terza è coraggio. E’ fondamentale essere coraggiosi e imparare a vivere credendo in voi stessi. Avere problemi o sbagliare è semplicemente una cosa naturale. E’ necessario non farsi sconfiggere. La cosa più importante è sentirsi soddisfatti, sapendo di aver dato tutto. Di aver fatto del proprio meglio, a modo vostro e secondo le vostre capacità. Guardate al futuro e avanzate.

La quarta è successo. Se seguite gioia e passione, allora si può anche parlare anche del successo. Di questa parola che sembra essere rimasta l’unico valore nella nostra società. Ma cosa vuol dire avere successo? Per me vuol dire realizzare nella vita quello che si è, nel modo migliore. Questo vale sia per il calciatore, per il falegname, l’ agricoltore o per il fornaio.

La quinta è sacrificio. Ho subito da giovane incidenti alle ginocchia, che mi hanno creato problemi e dolori per tutta la carriera. Sono riuscito a convivere e convivo con quei dolori, grazie al sacrificio, che vi assicuro che non è una brutta parola . Il sacrificio è l’essenza della vita, la porta per capirne il significato. La giovinezza il tempo della costruzione. Per questo bisogna allenarvi bene adesso: da ciò dipenderà il vostro futuro. Per questo, gli anni che state vivendo sono così importanti. Non credete a ciò che arriva senza sacrificio, non fidatevi: è un’illusione. Lo sforzo e il duro lavoro costruiscono un ponte tra i sogni e la realtà.

Per tutta la vita ho fatto in modo di rimanere il ragazzo che ero che amava il calcio e andava a letto stringendo al petto un pallone. Oggi ho solo qualche capello bianco in più, e tante vecchie cicatrici, ma i miei sogni sono sempre gli stessi. Coloro che fanno sforzi continui, sono sempre pieni di speranza. Abbracciate i vostri sogni e seguiteli. Gli eroi quotidiani sono quelli che danno sempre il massimo nella vita ed è proprio questo che auguro a tutti voi ed ai miei figli.”

 

Guarda i 20 gol più belli di Roberto Baggio

I 200 gol di Roberto Baggio

TROFEI VINTI:

2 Scudetti: Juventus: 1994-1995, Milan: 1995-1996

1Coppa Italia: Juventus, 1994-1995

1 Coppa Uefa: Juventus, 1992-1993

Capocannoniere della Coppa delle Coppe, 1990 – 1991 (9 gol)

1 Pallone d’Oro – 1993

1 FIFA World Player – 1993

1 All-Star Team dei Mondiali – 1994

1 Premio Scirea alla carriera – 2001

Calciatore più amato dai tifosi – 2002

Inserito nel FIFA World Cup Dream Team – 2002

Inserito nella Fifa 100 – 2004

Inserito nella Hall of Fame del calcio italiano nella categoria Giocatore italiano – 2011

Inserito nella Walk of Fame dello sport italiano nella categoria Leggende – 2015

ONOREFICENZE

Cavaliere Ordine al merito della Repubblica italiana – premio conferito dal Presidente della Repubblica italiana – 1991

World Peace Award – 2010

APPROFONDIMENTI

Una porta nel cielo, Un’autobiografia” di Roberto Baggio, Lìmina Editore, 2005

Il sogno dopo” di Roberto Baggio, Lìmina Editore, 2003

Toccato da Dio. Le sette vite di Roberto Baggio” di Enzo Catania, Lìmina Editore, 2001

Roberto Baggio. Divin Codino” di Raffaele Nappi, Perrone Editore, 2018

 http://www.robertobaggio.org/

https://www.ultimouomo.com/roberto-baggio-detto-roby/

I miti del calcio: episodio 2, Baggio, La Gazzetta dello Sport, 2005

 


 

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