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People watching in rete, intervista con Alice Avallone

Alice Avallone è partita da Asti (nemmeno troppi anni fa) ed è diventata cittadina del mondo nel vero senso della parola. Ha portato a termine una serie di progetti interessanti, alcuni dei quali hanno avuto un enorme successo (basti pensare a Nuok, nato come un blog e diventato prima una redazione e poi una serie di guide).

Questa volta ha dato alle stampe People watching in rete, Franco Cesati Editori, un’agile guida al lavoro di osservatore digitale ben riassunta dal sottotitolo “Ricercare, osservare, descrivere con l’etnografia digitale”.

Si parte quindi da quello che potrebbe sembrare un parolone non adatto ai più. In realtà, e lo spiega la stessa Avallone nel libro con estrema semplicità, l’etnografia digitale non è altro che lo studio dei comportamente umani in rete. Perchè gruppi di persone seguono una particolare pagina o fanno parte di un gruppo facebook? Come si comportano, che linguaggio usano, che rituali seguono? Attenzione però. Questo libro non analizza gli internauti, insegna a farlo.

E’ infatti una vera e propria guida al comportamento dell’etnografo digitale. Come lo scienziato (perchè questo è) deve muoversi, come entrare in un gruppo, come fare attenzione a non inquinarlo. Avallone ha organizzato un percorso preciso e dettagliato. Pparte dalla storia, dallo studio, passa alla ricerca e infine all’azione, a come organizzare il amteriale raccolto. Tutto questo con esempi, storie, curiosità. Insomma si tratta di un gustoso e a tratti perfino divertente saggio che in fin dei conti insegna un lavoro.

Alice Avallone ha risposto alle mie domande.

La tua voglia di scoprire e di conoscere ti ha portato ad un certo punto della tua vita a diventare (anche) etnografa digitale. Un termine che sembra unire due epoche apparentemente lontanissime tra loro. Ce lo spieghi?

È vero, è buffo. Da una parte c’è un retaggio novecentesco, che ci rimanda ai metodi di ricerca dell’antropologia e della sociologia, che indagano su uomo e società. E dall’altra c’è un riferimento alla nostra quotidianità, al nostro vivere iperconnessi. L’etnografia digitale studia l’uomo e la società di oggi online, e attraverso l’online. In particolare, l’aspetto che più mi affascina si concentra sui gruppi che si formano in Rete, e come i gruppi aplificano e legittimano certi atteggiamenti o linguaggi condivisi, famigliari. Succede nei gruppi politici, ma anche in community più frivole, come quelle dei gattofili o delle nuore esasperate dalle suocere.

Perchè poi hai deciso di raccontare in un libro come si fa questo lavoro?

È una materia che insegno da tanto tempo alla Scuola Holden, soprattutto nel College di Digital Storytelling che coordino. Se non conosciamo tutto del nostro destinatario, come possiamo essere incisivi, come possiamo essere sicuri di far arrivare le nostre storie e coinvolgerli? Sentivo l’esigenza di trasferire tutta l’esperienza difgitale sullo strumento meno digitiale al mondo: il libro. Vorrei ci fosse più attenzione verso ciò che è umano; vorrei che si iniziasse a parlare di persone, e non utenti; di storie, e non di contenuti.

A differenza dell’etnografo tradizionale quello digitale ha il vantaggio di poter compiere il suo lavoro senza muoversi dalla scrivania di casa. E’ un vantaggio?

Dipende. Sedersi su una “panchina digitale” ti permette di raccogliere un gran numero di small data, senza influenzare il campione con focus group, sondaggi e interviste. Dunque l’online ci permette di osservare le persone nel loro habitat naturale, ma con un rischio. Sul digitale tendiamo a controllare in modo più accurato come ci rappresentiamo: cosa dire, cosa non dire, cosa fotografare e condividere, cosa non. L’immagine è spesso falsata, e dobbiamo tenerne comunque conto. Anche questo scarto, dice qualcosa della nostra società, è da studiare. Ci sono social media, come Instagram, che ci portano a pubblicare contenuti esteticamente molto belli, e altri come Facebook, che ci portano a lamentarci o criticare. Essere etnografo digitale significa conoscere il territorio dove muoversi, ancora prima di entrare in contatto con le popolazioni.

Osservare i comportamenti degli internauti ti ha permesso di scoprire situazioni estremamente curiose. Ce ne racconti una che ti ha colpito particolarmente?

In questi giorni osservavo come sono cambiate certe tradizioni natalizie. Ad esempio, come il Black Friday ci sta rendendo più auto-indulgenti, come i calendari dell’avvento ci ricompensano di un anno di lavoro, come i Christmas cracker stiano entrando nelle nostre abitudini italiane (e no, non sono cose da mangiare!), e come i maglioni brutti siano sdoganati. A proposito, il 14 dicembre per il Save The Children’s Jumper Day, e abbiamo una scusa in più per indossarli e per una buona causa. Tutto questo arriva dall’osservazione in Rete, e dall’ascolto.

Alcuni dei consigli che dai agli aspiranti etnografi possono essere utili anche a chi i social li usa per diletto, come utente vero. Penso alla particolare attenzione che dedichi a notizie e profili fake. Ci dai un suggerimento che valga per tutti?

Più che un suggerimento, è una riflessione. Non possiamo più parlare di mondo online e mondo offline; non c’è più quel confine. Passeggiare tra le altre persone in centro città o tra i profili Facebook online richiede lo stesso garbo e lo stesso saper stare al mondo. Educazione, rispetto. Dovremmo imparare di nuovo a fare le cose semplici, e soprattutto a essere noi stessi, senza alterare la percezione che gli altri hanno di noi a favore di Mi piace. Il digitale è uno dei tanti strumenti che abbiamo a disposizione per esprimerci e comunicare; la differenza sta nella dimensione del pubblico, che ci porta a essere esposti potenzialmente a tutti. Dunque, serve più responsabilità.

Conoscendoti non ho dubbi che questo libro sia solo l’ennesima tappa del tuo percorso di vita. Qual è il prossimo passo?

Sto muovendo i primi passi con un piccolo osservatorio di etnografia digitale, dove pubblico piccole indagini e approfondimenti su territori, linguaggi comportamenti e trend della Rete. Dall’uso degli emoji su Instagram alle tradizioni di Natale rivoluzionate dall’online, fino agli assistenti vocali per gli anziani: è un luogo aperto, gratuito, a disposizione di chi vuole approfondire come la nostra società sta cambiando. Il suo nome è La Irma, dedicato a mia nonna materna, una donna che mi ha sempre divertita tanto, e che ha vissuto con così tanta energia positiva, inventiva e voglia di leggere il mondo con chiavi tutte sue.

L’articolo People watching in rete, intervista con Alice Avallone proviene da Quotidiano Piemontese.


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