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MAU Museo d’Arte Urbana: Artisti e Opere #26

Opera “Cor Iesu” (2009) via Locana 19 – MAU Museo d’Arte Urbana – Torino

Particolare dell’opera

Il concetto e la pratica della rappresentazione artistica intesa come mimesi naturalistica ed il conseguente predominio della pittura entrano in crisi proprio dall’avvento della fotografia nella prima metà dell’ 800, estrema e conclusiva propaggine della modernità. Inizia da allora, e prosegue lungo il crinale novecentesco, quello che alcuni teorici definirono un vero e proprio “combattimento per un’immagine”, una tenzone tesa a stabilire il dominio sulla riproduzione del reale, con gli Impressionisti primi a scendere massicciamente in campo pronti a sfidare la tecnica fotografica nell’impari cimento della rappresentazione naturalistica.

In realtà si tratta di un combattimento privo di senso e teso, semmai, a raggiungere un pareggio, una sostanziale pacificazione, come appare evidente analizzando le vicende storiche del Novecento, i cui effetti si prolungano ad occupare anche la prima parte di questo nuovo millennio.

Come sostenuto da uno dei più preparati storici italiani della fotografia, Claudio Marra, con una tesi che mi sento di condividere, in realtà solo in parte la fotografia è stata un prolungamento della pittura con altri mezzi, più semplici ed immediati, al punto, in certi casi, da non richiedere neppure una particolare preparazione e professionalità nell’uso dello strumento, adoperato come una vera e propria protesi. In realtà la fotografia è dotata di uno statuto linguistico proprio e di un diverso livello referenziale nella rappresentazione della realtà, tali da apparentarla, semmai, alle modalità “extra – artistiche” introdotte nella teoria delle avanguardie storiche e portate a piena diffusione tra gli anni ’50 e ‘ 70 del secolo scorso, con la fuoriuscita dell’arte dal tradizionale alveo bidimensionale tipico della pittura per procedere verso una volontà di contaminazione con l’ambiente esterno inteso come piena omologia con il mondo, nel perseguimento di una esperienza estetica, quindi sensoriale, totalizzante.

La fotografia, nell’ultimo trentennio, si è avvalsa della disinibizione formale cifra stilistica del postmoderno per riversarsi massiccia nel panorama eclettico della contemporaneità privilegiando la funzione piuttosto che l’oggetto e diventando, negli anni ’80 ma ancora di più nel decennio successivo, la dimensione narrativa maggioritaria, in compagnia di quello che è stato il suo primo derivato tecnologico, il video.

L’atteggiamento si è manifestato nella duplice accezione di una partecipazione “fredda”, tendente a privilegiare una classificazione impersonale ed asettica dell’esistente e della banalità quotidiana, ed un’altra dimensione “calda”, “psicologica”, in cui gli artisti hanno adoperato il mezzo come estensione del proprio io, per calarsi nel reale con atteggiamento di affettuosa partecipazione

 

Il lavoro fotografico di Roberta Fanti, come ebbi a scrivere nell’ambito di una sua personale alla Fusion Art Gallery di Torino nel 2006, con osservazioni che ritengo di poter ribadire anche in occasione di quest’altro allestimento da Memorabilia a Bologna,  si pone da anni con coerenza su di una linea di raffinata riflessione concettuale, dove l’asciutto minimalismo della dimensione poetica si sposa alla capacità di comporre installazioni eclettiche di rara eleganza e misura.

Quindi la dimensione del puro pensiero si rapporta all’universo sensoriale  alla ricerca di una condizione di quiete e di pura contemplazione, privata del tumulto di una passione troppo accesa e viscerale.

Dopo una serie di opere realizzate nella prima parte degli anni Zero in cui si manifestava una predominanza concettuale nell’uso di toni e tinte essenziali ed una chiara tendenza aniconica, più ispirata alla ritmicità decorativa della tradizione orientale che a quella occidentale, dove l’astrazione è quasi sempre rimpianto dell’immagine,  l’artista, a partire dalla serie “Le Martyre des Sants” e nelle successive “Les Pècheurs”, “Japanese Food”, “The Virgins”, manifesta una predilezione per la rappresentazione di particolari anatomici e volti femminili, spesso di giovani donne orientali, in una delicata e coinvolgente proposta di immagini derivanti dal recente immaginario della Body Art.

A partire da “Resurrection” e dalla successiva “The Graves”, l’autrice vira decisamente verso una ricerca simbolica, realizzando composizioni singole, ma anche dittici e trittici indirizzati verso la ripresa di temi classici della storia dell’arte come il ciclo vita-morte, la “natura naturans”, con una marcata presenza di elementi floreali, ed il “memento mori”.

Esemplare da questo punto di vista l’opera murale realizzata nel 2009 sull’intera facciata di una casa nel torinese Borgo Campidoglio,  prodotta dal Museo d’Arte Urbana, che a breve sarà oggetto di un restauro conservativo.

Il titolo “Cor Iesu” e la tipologia compositiva, una rosa che ricopre l’intero spazio di una finestra persiana compresa e delle catene dipinte ai lati, che sembrano voler fissare al suolo l’insieme, ma indicano anche una forte volontà vocazionale, sottendono la passione di Roberta Fanti per la dimensione del romanticismo di derivazione Preraffaellita.

La serie “Memorabilia” consiste in una sorta di archivio delle poetiche sviluppate in questi anni.

Singole inquadrature, che si stagliano nitide su sfondo nero, riproducono elementi dell’immaginario di Roberta Fanti, animali simbolici come i serpenti, fiori, manette, rotoli di carta adesiva, organi umani balenano alla vista dello spettatore con impatto sorprendente .

Questa è frutto anche della tecnica adoperata, la stampa lambda su leger. Tale procedimento si distingue dalle altre tipologie di stampa digitale, per la totale assenza di retino, e la nitidezza e ricchezza dei toni e delle sfumature.

In mostra anche due lavori che inaugurano una nuova serie, questa volta stampe plotter su tela, immagini in garbata opposizione dialettica su superfici sferiche.

Edoardo Di Mauro, settembre 2018

WWW.ROBERTAFANTI.COM


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