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Il segreto del tuo successo: una buona idea non basta

Per questo mese di ottobre Worcup! ha speso molte energie a costruire un programma di eventi formativi e di incontri dedicati ad una fase delicata e poco osservata della trasformazione di ogni buona idea in un progetto. Come si possono raccogliere le risorse necessarie a partire, a strutturare, a rendere forte e capace di imporsi un progetto? Basta avere avuto una buona idea? O ci vogliono per forza relazioni con altri soggetti ed organizzazioni in grado di portare fino in fondo il percorso (a rischio di svendere l’idea a qualcun altro)?

Una strada, frequentata da sempre più progetti, è quella di rivolgersi alle piattaforme di crowdfunding. Il concetto di partenza è semplice: chiedo ad una comunità di persone e organizzazioni di sostenere economicamente la mia idea, il mio prodotto, la mia realizzazione artistica, il mio progetto di servizio, e così via. Le piattaforme sono ormai discretamente numerose, e pure diverse tra loro: ce ne sono di specializzate e di generaliste, oppure sono basate su un principio diverso per la ricostruzione dello scambio (poiché sempre, alla base di una operazione di questo tipo e quantomeno sul piano sociale, deve essere chiaro qual è lo scambio): per semplificare, ci sono le “reward based”, per le quali deve essere definito cosa il proponente potrà restituire, in termini di un “dono” al sostenitore (ho bisogno di risorse per produrre il mio primo disco e in cambio ne regalo una, due dieci copie, e pure la maglietta con il logo della band), o le “equity based” che invece stabiliscono delle partecipazioni monetizzate sui guadagni che deriveranno dall’impresa (per l’esempio precedente, che non è proprio il massimo in questo caso, sarebbe un ritorno in percentuale sulla vendita dei dischi).

Chiaramente questa prima distinzione grossolana mette in chiaro che ci si rivolge a soggetti diversi e che anche i progetti che si candidano saranno differenti. – Difficile che qualcuno investa seriamente, con ipotesi di guadagno sull’uscita di un nuovo disco, a meno che non sia dei Radiohead, per dire. Ma in quel caso, Thom e compagni non hanno proprio motivo di chiedere soldi in anticipo! –
Ma poi ci sono molte altre distinzioni, ad esempio piattaforme che si rivolgono esclusivamente a produzioni artistiche, altre che hanno un forte taglio sociale, oppure ambientalista, oppure green in un senso più ampio (risparmio energetico, nuovi materiali). Altre ancora, nel campo delle equity, si rivolgono alle iniziative d’impresa che potremmo definire start up, altre non pongono limiti di questo tipo.
E infine si possono trovare piattaforme per pubblicare sulle quali è stabilito un costo di un certo tipo (percentuale sul raccolto, ad esempio) ed altre che stabiliscono delle soglie al di sotto delle quali funzionano gratuitamente; piattaforme che consentono di fissare un obiettivo ma poi riscuotere tutto quel che si è raccolto, altre che invece vincolano al superamento dell’obiettivo.

Insomma, una cosa che sembra semplice, in realtà si sta strutturando velocemente come una giungla nella quale una guida per muoversi è assai utile!

Inoltre l’Italia si trova in una situazione assai curiosa. È partita con discreto ritardo rispetto ai Paesi anglosassoni e del nord Europa dove questi sistemi hanno cominciato a svilupparsi già da qualche anno, ma è anche stato il primo Paese che ha legiferato in materia, in particolare su quanto attiene gli aspetti fiscali e giuridici delle piattaforme equity based.

E infine, dopo tutto questi aspetti tecnici (e ne ho tralasciati moltissimi, tra i quali i linguaggi e le tecniche di comunicazione che occorre mettere in atto e sapere un minimo dominare se si vuole avere successo), ci sono gli elementi sociali e culturali sui quali una campagna di crowdfunding deve necessariamente poggiare. E non sono per nulla secondari.

Di fatto, seguire un percorso di questo tipo significa chiedere soldi a sconosciuti per finanziare un’idea verso la quale essi erano, o sono, del tutto indifferenti fino a che non vengono raggiunti dalla richiesta. Cosa ci ricorda questo? Non è un po’ come chiedere un euro in stazione? No, è tutt’altro! Ma come lo si spiega?

Questo non è facile e include affrontare il problema di definire a chi lo si spiega. Occorre, in altri termini, chiarirsi a quale comunità si fa riferimento. Gli amici? I fans? (per il disco, forse…). I concittadini? Persone che condividono una visione del mondo, un’idea di sviluppo, l’attenzione ad un certo territorio? Tutte risposte valide in teoria. Ma raggiungere un gruppo di persone con un lavoro di comunicazione è tutt’altro che un’operazione semplice e spesso travalica le nostre capacità di individui o di organizzazioni. Si tratta, in fondo, di mettere le basi per la costituzione di una comunità transitoria (la comunità dei sostenitori) che però al contempo deve almeno in parte preesistere, deve trovare nel progetto un mezzo per la realizzazione, anche solo parziale, di possibili fini condivisi dai suoi componenti. E questa è una tematica di interesse sociologico! Una comunità (sia essa formata da persone e/o organizzazioni che condividono una particolare competenza o uno specifico profilo, sia essa invece la naturale convergenza di soggetti diversi, come i cittadini di un certo quartiere ad esempio) è un oggetto sociale non solo complesso ma molto delicato. È il luogo delle trasformazioni ma anche la sede delle identità. Ognuno di noi fa parte, senza scrupoli, di comunità diverse e talvolta conflittuali tra loro. E nessuno si esaurisce in una sola tra tutte quelle che ha attraversato o pensa di poter attraversare. Ciascuno di noi si sente parte, appartiene, ad una o più comunità ma è anche consapevolmente disposto ad essere il primo traditore, il profugo, il nomade di turno.

Comunità non è società, non è famiglia, non è nazione. È ormai un concetto più sfuggente e nello stesso tempo più profondamente fondativo delle nostre biografie. Più domestico e quotidiano ma contemporaneamente meno protettivo. Talvolta comunità è un progetto, talvolta è obbligo, è carcere. È in fondo il luogo dove agiscono concretamente i conflitti, tra libertà e vincoli, ad esempio, tra determinazione ed azzardo, tra appartenenza e progetto. E pensare di costruire comunità artificiose, per quanto ben riposte ed altamente etiche siano le aspettative, è ambizioso al limite della presunzione. Occorre lavorare (e lavorare davvero) sulla ri/costruzione di legami, su un’ idea di cooperazione che davvero aiuti a fare meglio (con meno fatica, con più ingegno, con maggiore utilità per tutti).

In questi giorni tutti ci ricordiamo di Michael J. Fox per via del trentennale di Back to the Future e della coincidenza per cui il prossimo 21/10/2015 è proprio il giorno in cui il buon Martin McFly balza per la prima volta nel futuro…. Ma c’è un altro film in cui Fox è mattatore e protagonista assoluto con i suoi ritmi a scatti e la fame d’azione. Un film molto anni ottanta: Il segreto del mio successo (Herbert Ross, 1987). L’epopea dell’individualismo da cassetta, ironica quanto si vuole ma certo imperniata sull’estremizzazione della capacità individuale ad ogni costo e con ogni mezzo. Le persone si comprano con due biglietti per gli Yankees e anche il sesso è scalata sociale. Ecco. Per quanto noi tutti si sia ancora bene immersi in un mondo nel quale i valori del turbocapitalismo regolano vivacemente le relazioni, da quelle intime a quelle più deboli, qualcosa però è cambiato. Nessun individuo può più credere ad una scalata sociale individuale di quel tipo, senza cominciare a riderne prima di aver visto la seconda scena. Oggi il successo si declina solo al noi, o non è.

Quando pensiamo ad una piattaforma di crowdfunding molte di queste cose ci appaiono lontane o non ci appaiono affatto. Ma l’esistenza stessa di questa proposta, di strumenti come questi, ci dice che alcuni elementi profondi e strutturali della nostra organizzazione sociale e della nostra cornice culturale sono cambiati. Dobbiamo lavorarci su, impadronirci delle tecniche. E lo facciamo qui a Worcup! con una serie di appuntamenti che si spingono anche verso approfondimenti avanzati sull’utilizzo di questi strumenti. Ma anche per avere il tempo di estendere la nostra riflessione alle motivazioni e alle aspettative profonde che lo strumento suscita: il mutuo aiuto, la ricostruzione di comunità intorno ad idee e progetti, la cooperazione come elemento di competizione sostenibile.
Il segreto del tuo successo sono io, siamo noi, perché il successo si misura sulla qualità della condivisione e della cooperazione contenute in un progetto, in un’ idea, in una visione del mondo.


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