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Apprendere è un gioco di squadra

“Non fa scienza senza lo ritenere, aver appreso…” scriveva Dante (Paradiso, Canto V) qualche secolo fa. E l’interpretazione di questo passo, per lungo lunghissimo tempo, si è ancorata all’idea che occorresse memoria, tanta memoria, e tanto studio per acquisirla. Ma oggi che siamo circondati da strumenti che raccolgono e custodiscono, rimbalzano e ripropongono memorie nostre e altrui – dalla Commedia alle foto delle vacanze della zia, dagli esiti della collisione tra particelle in un acceleratore alle statistiche sul possesso palla, alle posizioni georeferenziate della nostra automobile, alla ricetta del pollo al curry – possiamo credere che ritenere e apprendere stiano tra loro ancora nella stessa relazione?

Nei giorni scorsi campeggiava tra i titoli dei giornali e in giro per il web la notizia (riferita in forme a volte distorte, ma occorre tener in conto la necessità di sintesi) della scelta apparentemente estrema adottata dalla Finlandia: niente più materie, discipline… un nuovo modello partecipativo aperto per l’istruzione e l’educazione pubblica! Pioggia di like e condivisioni.

Come ci piace l’idea che si possa destrutturare una forma pesante in un nuovo modello leggero! (o che ci pare tale, beninteso!). Si dimenticano due cose, molto importanti: da un lato, la società dell’informazione è assai strutturata e complessa, articolata intorno ad un tal numero di specialismi (funzioni, linguaggi, tecniche) e nuove divisioni del lavoro sociale (ruoli e mestieri, qualifiche, percorsi di formazione) che spesso, nonostante l’uso dissennato degli acronimi, lo spazio dei biglietti da visita è troppo angusto per una presentazione decente, e la casella “altro”, nei moduli che richiedono di specificare la propria attività, è gettonatissima.

Quel che perdiamo di vista, in questa confusa disponibilità del tutto, è l’importanza del contesto. Ma i contesti sono in movimento, mutano con la storia e con le persone. Hanno strane e sottili relazioni con la biografia di tutti noi (le scuole elementari le viviamo in modo diverso dall’Università, il gruppo degli amici non è l’associazione culturale, la fidanzata non è un discussant!). Ci chiedono partecipazione o ci emarginano. Ci stimolano ad assumere a nostra volta una posizione. Ci collocano.

E poiché ciò succede nel glorioso e terribile caos delle moltitudini, nella danza e nel vortice dei flussi che si incrociano, nemmeno questo ci determina. Al più, ci sposta. Ci sospinge o ci attrae, ci deriva e lascia naufraghi. Non sono sempre naufragi tristi e sfortunati: capita talvolta che ci si risvegli spiaggiati proprio accanto al forziere del tesoro.

E in tutto questo… c’entra Worcup! Ma come? Riprende il lavoro dopo la pausa di agosto, e ci fermiamo a discutere di contesti di apprendimento? Beh, sì! Worcup! è una community, una comunità in movimento fatta di persone che portano con sé professionalità diverse, formazioni diverse, specialismi diversi; fatta di persone che cercano nel nuovo contesto di lavoro l’opportunità e le strade per migliorare la propria condizione professionale e biografica e che vedono nella comunità stessa uno spazio di apprendimento in grado di dare nuovo senso, entusiasmo, vita alla loro professione, ai loro progetti. Ma, e questo è importante, ciascuno di loro è portatore di istanze e competenze, di esperienze e aspettative, di linguaggi e di richieste di traduzione! La comunità è il contesto, le pratiche di cooperazione e collaborazione che siamo in grado di attivare sono il motore del cambiamento, il bus della nostra memoria collettiva, il cloud vivo e responsabile che conserva e rilancia i nostri dati.

Il collaboratorio è un luogo per apprendere e sperimentare, ma non è una sede di corsi di formazione! È un luogo di incontri e contaminazioni, aperto ad una comunità sempre in crescita, a linguaggi e contenuti sempre diversi, che siano tuttavia ispirati al senso di costruire insieme nuovi modelli di organizzazione e strutturazione del lavoro. È un luogo di apprendimenti, in cui ciascuno è responsabile del modo in cui li vuole riconoscere e raccogliere. E vista così, non è nemmeno troppo casuale che cominciamo la stagione autunnale con una proposta dedicata allo storytelling!  Perché il racconto e le sue tecniche sono una chiave per fare della comunicazione uno strumento appuntito e selettivo, e crediamo di saperlo tutti. Ma solamente in un contesto di sperimentazione e confronto creativo sapremo ricavare gli apprendimenti che ce lo confermano e metterli a frutto. Non basta la memoria a fare scienza, caro Dante. Né il contesto a fare cultura, professor Eco. Ci vogliono le comunità per crescere e riconoscersi. E i cambiamenti per mettersi alla prova, per rivedere le proprie intuizioni, per ascoltare e convivere con quelle altrui. Comunità reali  e virtuali. Che si danno regole e nuove strutture, apprendendole insieme, raccontandole in rete.

Worcup! non è un centro di formazione, ma un luogo collocato, radicato sul proprio territorio, che si apre all’esterno per farsi contesto in cui apprendere, e moltiplicatore di apprendimenti. Magari un po’ ambizioso, concediamolo, se detto così. Ma in fondo non troppo: andare in cerca di nuovi modelli di organizzazione del lavoro implica passare da qui. E da qui incontrare gli altri e il mondo che non smette di apprendere e mandare in memoria.


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